L'antico Mercato di Ortigia

Da qualunque parte arriverai nell’isola di Ortigia giungerai, per mezzo di vicoli e stradine, all’immancabile appuntamento che ogni giorno sin dalle prime ore dell’alba apre le porte alle folcloristiche bancarelle del mercato, dove i venditori descrivono i loro prodotti cantando nenie nel dialetto locale. Troverai tutto quello che cerchi in un immenso universo di vivande e prodotti tipici come ortaggi, carni, latticini, legumi ma soprattutto pesci, frutti di mare e vari prodotti ittici. In un periodo in cui i prodotti genuini della terra e del mare e venivano venduti folcloristicamente alla gente che, attratta dalle grida, accorreva per comprare da chi lavorava duramente per sfamare le proprie famiglie. Scoprirai dunque cosa sono le cosiddette “Vanniate” (grida) del “Principale” e dei “Garzoni” e ti condurranno in un’atmosfera molto lontana dalla fredda modernità di oggi...

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A 150m dal Mercato di Ortigia si trova L’Apollonion che accoglie i visitatori proprio all’ingresso di Ortigia, come 2500 anni fa.  Il suo architetto Kleomene rimase talmente orgoglioso dell’opera realizzata che volle incidere il suo nome sullo zoccolo dell’edificio.  Il tempio di Apollo era un periptero con 6 colonne sui lati corti e 17 sui lati lunghi, di cui rimangono due colonne superstiti, ancora con il loro capitello dorico. Costruito nel VI sec a.C., venne rimaneggiato più volte per divenire basilica con i bizantini, moschea con gli arabi e, infine, tornare alle forme originarie solo negli anni ’30, quando però gran parte dello scempio era già avvenuto.

Da lì basta proseguire per corso Matteotti, sull’antico percorso che collegava l’Apollonion all’Athenaion in una sorta di via sacra che porta fino alla piazza del Duomo per arrivare sino nell’antica agorà di Siracusa, proprio sulla sommità dell’isola, su quel terrazzo naturale che era ben visibile dal mare, e da cui lo scudo d’oro collocato nel timpano del tempio di Atena era avvistato dai tutti naviganti appena entrati in porto. Lo scudo e la statua di Atena non ci sono più, ma il tempio è ancora lì, costruito 2400 anni fa dal tiranno Gelone, con le sue pregevoli colonne ancora intatte, anche se ingabbiate nella Cattedrale, anche se trasformato in quella straordinaria combinazione di tempio pagano e basilica cristiana voluta dai bizantini nel VII secolo e, giunta fino a noi attraverso i ritocchi di età medievale e barocca. La Cattedrale di Siracusa racchiude, dunque, due anime: all’esterno la facciata barocca progettata da Andrea Palma, con le statue di Ignazio Marabitti; all’interno, il tempio classico della dea Athena. Un unico universo in cui il sacro e il profano coesistono in una stupefacente armonia architettonica, con le due divinità, Atena e Santa Lucia, a condividere un luogo di culto per sempre. Perché laddove un tempo era accolta la statua della dea Atena, oggi si custodisce il simulacro argenteo di Santa Lucia, e l’antico tempio continua ad essere sede del culto della maggiore divinità della città.

Appena fuori dalla Cattedrale vi è Il Seppellimento di Santa Lucia, l’opera, che segna il passaggio fugace ma significativo del maestro Michelangelo Merisi in Sicilia. Appena entrati si rimane colpiti dal realismo della scena: le due figure maschili in primo piano scavano la tomba della santa, quasi indifferenti al gracile corpo della giovane adagiato sulla nuda terra senza alcuna solennità. Solo una folla di umili addolorati guarda con commozione la giovane martire. I due terzi del dipinto sono occupati dalla volta di una cripta, un ambiente cupo e grigio identificato da alcuni con le catacombe e, da altri, con le latomie, che rendono particolarmente drammatico l’atto della sepoltura.

Dintorni (Vendicari Noto)